Contenuti per adulti
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Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Rimettere insieme i pezzi è facile.
Capire cosa rappresentano è più complicato.
A San Pellegrino in Alpe comparvero piccoli segnali di riparazione. Il bar riaprì mezza giornata. La
chiesa organizzò una riunione “di comunità” senza spiegare di che comunità si parlasse. Qualcuno
propose di raddrizzare il tavolo della briscola.
L’idea fallì subito.
Il tavolo storto era diventato una prova storica.
Gino Balocchi osservava tutto con la pazienza di chi sa che le riparazioni sincere fanno rumore.
Queste no. Erano discrete, educate, quasi invisibili.
Il commissario Passalacqua fece un gesto inaspettato: si sedette al bar senza taccuino. Bevve un
caffè amaro e ascoltò.
«Non vogliamo tornare a come prima,» disse una donna.
«Ma non sappiamo cosa viene dopo,» disse un uomo.
Gino annotò mentalmente.
Era la prima frase onesta da giorni.
Il Dopolavoro rimase chiuso. Ufficialmente per lavori. In realtà perché nessuno aveva voglia di
riaprire una stanza piena di ricordi che non collaboravano.
Il confine, intanto, tornò a muoversi piano. Non per confondere, ma per ricordare che anche le linee
hanno bisogno di aggiustamenti continui.
Quella sera, Gino scrisse poco.
Una frase sola:
“Non tutto ciò che si aggiusta torna uguale.”
E decise che per una volta non era un titolo.
Era una conclusione provvisoria.
Ricominciò tutto da un gesto piccolo, come succede quando nessuno ha il coraggio di fare quello
grande. Donato riaprì il Dopolavoro Ferroviario senza dirlo a nessuno. Mise fuori un cartello scritto
a mano: “Aperto, ma piano.”
Entrarono in pochi.
Non per paura.
Per rispetto.
Gino Balocchi si sedette al solito posto, ma non tirò fuori il taccuino. Ordinò da bere e aspettò.
Aspettare, in certi momenti, è una forma di giornalismo avanzato.
Il commissario Passalacqua passò davanti alla porta, guardò dentro e proseguì. Non era ancora
pronto.
La briscola tornò, ma senza punteggio. Le carte erano le stesse, le mani no. Qualcuno sbagliò
apposta, per non vincere troppo.
Fu allora che a Gino venne offerta una possibilità. Una telefonata breve, chiara, da una redazione
più grande, più lontana.
«Qui potresti scrivere di altro,» gli dissero. «Di cose che non conosci.»
Gino guardò il confine dalla finestra.
Non sembrava lontano.
Sembrava stanco.
«Ci penso,» rispose.
Quella sera camminò a lungo. Pensò che restare significava continuare a guardare. Andare
significava smettere di essere guardato.
E non era una scelta professionale.
Era geografica.
La risposta arrivò al mattino, che è l’ora peggiore per decidere le cose importanti. Gino Balocchi la
trovò sul tavolo, accanto al taccuino e a un bicchiere rimasto a metà dalla sera prima. Il bicchiere, a
differenza delle persone, non aveva fretta.
La lettera della redazione era cortese, entusiasta, lontana. Parlava di opportunità, di spazio, di
libertà. Non parlava di confini.
Gino uscì senza aver risposto.
Il paese faceva finta di non aspettare nulla. Ma lo faceva male. Le domande arrivavano travestite da
saluti.
«Allora?»
«Si sa qualcosa?»
«Che tempo fa giù?»
Al Dopolavoro Ferroviario, Donato puliva lo stesso bicchiere da dieci minuti.
«Se vai,» disse senza guardarlo, «scriveranno di noi altri.»
«Scriveranno comunque,» rispose Gino. «La differenza è chi.»
Il commissario Passalacqua passò più tardi, con un’aria diversa. Meno rigida. Più umana.
«Io resto,» disse, come se fosse una decisione condivisa.
Gino sorrise.
Qualcuno doveva pur farlo.
Nel pomeriggio, il confine si spostò di poco. Nessuno lo notò. Ma Gino sì. Si fermò, mise un piede
da una parte e uno dall’altra.
Era una posizione scomoda.
Era l’unica che conosceva.
La sera scrisse la risposta.
Poche righe.
Senza spiegazioni.
E il paese, per la prima volta, smise di fare finta.
Aspettò.
Gino Balocchi lesse la lettera una seconda volta, poi la piegò con cura e la infilò nella tasca interna
dell’impermeabile, quella che usava solo per le cose che non dovevano scivolare via.
Non partì.
La decisione non fu annunciata. A San Pellegrino le decisioni importanti si riconoscono perché
nessuno le commenta subito. Si limitano a cambiare il modo in cui ti versano da bere.
Al Dopolavoro Ferroviario il bicchiere di Gino arrivò pieno al punto giusto. Non troppo. Non poco.
Donato non disse niente. Fece solo un cenno con la testa. Era abbastanza.
Il commissario Passalacqua passò più tardi. Non chiese nulla. Ordinò un amaro. Bevve con
attenzione, come se stesse imparando.
«Resta?» chiese infine.
«Per ora,» rispose Gino.
Era una risposta onesta.
Fuori, il confine si fermò. Non per rispetto, ma per abitudine: quando qualcuno prende posizione, le
linee smettono di muoversi per un po’.
Quella sera si giocò a briscola senza parlare del passato e senza fingere che non esistesse.
Qualcuno perse male, qualcuno vinse meglio. Nessuno rise fuori tempo.
Gino scrisse un articolo che uscì il giorno dopo. Non parlava di lui. Parlava di un paese che aveva
smesso di stare in mezzo alle proprie storie.
Titolo:
“Restare non è immobilità”
Il mese non era finito.
Ma qualcosa sì.